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Made in Italy

“Made in Italy” è anche green?

Febbraio 2026
Tempo di lettura: 2 minuti

Negli ultimi anni il Made in Italy è diventato una specie di “superpotere comunicativo”: lo metti su un prodotto e per magia tutto sembra più bello, più buono e più sostenibile. Ma siamo sicuri che basti una bandierina tricolore per parlare davvero di rispetto ambientale? 

La verità dietro un’etichetta


Il racconto è seducente, specie in un Paese come 
il nostro dalle mille eccellenze: artigiani, botteghe, filiere locali, mani esperte… Ma dietro le quinte le cose possono essere molto diverse. In certi casi, il “segreto” del Made in Italy è un semplice gesto tecnico. Per fare un esempio pratico: una T-shirt prodotta in Bangladesh può diventare italiana da un momento all’altro se ci si cuce sopra un bottone entro i nostri confini. Basta un piccolo dettaglio non sostanziale per far guadagnare “prestigio” e italianità a qualsiasi prodotto. È qui che il marchio tricolore può trasformarsi in spia di finta sostenibilità: un segnale che sembra dire “questo prodotto è etico”, anche quando la filiera ha fatto letteralmente il giro del mondo. Alcuni brand sfruttano questa scorciatoia per vestirsi di verde senza cambiare granché 
nei propri processi produttivi. Non è greenwashing, ma gli assomiglia parecchio.

Quando il Made in Italy funziona davvero

Non vogliamo, però, essere troppo pessimisti: 
ci sono tantissime realtà italiane che lavorano 
in modo impeccabile: filiere corte, agricoltura etica, laboratori trasparenti, materiali locali sostenibili 
per davvero. Quando il Made in Italy è fatto bene, 
è un valore enorme. La differenza la fanno i fatti, 
non i colori dell’etichetta.
Ma come possiamo fare nel nostro piccolo a diventare più consapevoli? Il trucco è semplice: non fermarsi al tricolore. Impariamo a scavare un po’. Da dove arrivano le materie prime dell’oggetto che ci piace? Come viene prodotto? Ci sono certificazioni serie? Quanto dura? Il Made in Italy è una bellissima storia, ma solo quando non è solo una storia. Se dietro c’è sostanza, allora sì, possiamo esserne orgogliosi.

Le cose che contano

  • trasparenza della filiera (materiali e processi)
  • origine delle materie prime, spesso più impattante del luogo di lavorazione finale
  • ciclo di vita, durabilità e possibilità di riciclo
  • condizioni di lavoro nelle diverse fasi della produzione
  • certificazioni riconosciute (Ecolabel, ISO, GOTS, FSC): più solide rispetto all’indicazione geografica.

A volte materiali innovativi arrivano da lontano, ma sono comunque più sostenibili di altri, locali ma inquinanti. Non guardiamo solo alla distanza: valutiamo l’impatto

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